venerdì 15 febbraio 2013

Facciamo che il Parco Sud non diventi un miraggio


Sono anni che a Milano e nell'hinterland si tenta di difendere il Parco Sud dalle grinfie della speculazione edilizia e del cinismo politico-amministrativo di cui abbiamo edificanti esempi ogni giorno. Nell'ultimo numero di "Arcipelago Milano" ho trovato questo istruttivo e interessantissimo articolo di Arturo Calaminici, intitolato "I nemici del Parco Sud non muoiono mai". Occorre dunque organizzarsi, muoversi, parlare, agire se vogliamo che il Parco Sud continui a rappresentare un piacevole viaggio nella natura, nella storia, in un mondo agricolo-produttivo non ancora scomparso, e non si traduca invece in un vano miraggio. 




"I nemici del Parco Sud non muoiono mai"
di Arturo Calaminici 

Oggi, a Milano, il Parco Sud è il cuore di tutte le battaglie ambientaliste e territoriali. È anche il cuore che fa palpitare il kombinat immobiliarista e finanziario milanese, pronto alle sempre nuove e inesauste imprese dei cavalieri della rendita. Il Parco Sud è però anche il grande dimenticato. Poco di esso ci si occupa. E anche la parte più consapevole e impegnata della città, anche l’intellighenzia professionale (professori, architetti, urbanisti, sociologi, giornalisti…), che proprio in questi giorni sembra più desta e combattiva (vedi l’appello lanciato da "Eddyburg" nei giorni scorsi), ignora i problemi del Parco Sud o comunque non gliene cale più di tanto. Non ho letto nulla, infatti, sulle cose che adesso dirò.
Milano, mi permetto l’iperbole, senza il Parco Sud sarebbe un grande paesone senza speranza. Nelle sue storiche oscillazioni, il pendolo della città da tempo indugia piuttosto dalle parti di una lunga e sfibrante decadenza. Non più capitale morale, non più capitale economico-produttiva, delle fabbriche e delle lotte operaie, non più generosa e accogliente, ma piuttosto egoista e indifferente, e spesso intollerante, ripiegata su se stessa, mercatone di cose e di case, sembra convertita all’ottusa saggezza del “Pensa per te. Che te ne frega?”.
Il Parco Sud, però, è ancora promessa e leva possibile di riscatto. Se però si spegne questa fiamma, si fa subito sera attorno a noi. Il Parco Sud, 47 mila ettari, quasi tre volte l’intera superficie della città di Milano, è gestito dalla Provincia. La quale ha avviato il processo di adeguamento del vecchio piano territoriale alla legge urbanistica regionale n.12 del marzo 2005. Dopo quasi otto anni, il “processo” non è ancora quagliato. Il miracolo (inverso) non è avvenuto, perché non si è trovato l’accordo su un punto, un punto solo: la definizione degli Ambiti Agricoli Strategici.
La legge regionale 12, che pure è una legge che ha incoraggiato e protetto i fasti e soprattutto i nefasti della più incontenibile speculazione edilizia in terra di Lombardia, dice una cosa chiara: spetta alle Province, in coordinamento con i comuni e i parchi, definire gli ambiti agricoli strategici. L’apposizione di tale vincolo aggiunge una garanzia in più alla salvaguardia del territorio agricolo, e nello stesso tempo tutela il paesaggio e l’ambiente, e impedisce che le aree agricole siano facilmente ridestinabili e oggetto di perequazione urbanistica. In particolare della perequazione estensiva (non di comparto, come dovrebbe essere secondo la ratio originaria di questo istituto) o “infinita”, come quella a cui per esempio il PGT di Masseroli – Moratti prevedeva di assoggettare tutte le aree milanesi del Parco Sud (34 milioni di mq). Obiettivo, la creazione di diritti edificatori milionari. Trasferibili eventualmente all’interno del perimetro urbano e anche della città centrale di Milano. Per fortuna la nuova giunta Pisapia ha disinnescato questa pericolosa bomba urbanistica (anche se non ancora ha neutralizzato l’intero arsenale bellico masseroliano).
Bene. Il Piano provinciale che non c’è, è fermo per una ragione semplice, che potremmo dire stravagante se dietro non ci fossero gli interessi che sappiamo. L’assessore alla programmazione territoriale si è inventato, contra legem, che su questo punto è di una ciceroniana assoluta chiarezza, la trovata che il piano provinciale può determinare gli AAS dappertutto, ma non nei parchi regionali. Cioè non nel Parco Sud. E non può farlo, secondo lui, perché i parchi regionali sono, in quanto regionali, sovra ordinati alla Provincia. E questo l’assessore caparbiamente ancora oggi afferma, nonostante si tratti di un evidente sofisma ridicolo, che ci costringe ad una specie di surreale e sfibrante drôle de guerre da quasi due anni. Da ultimo, a supporto della sua “tesi”, l’attuale assessore ha tirato fuori la consulenza di un avvocato che, guarda caso, oltre a essere, in qualità di ex assessore provinciale, l’estensore del vecchio piano – ancora vigente però e appunto da adeguare- è pure il consulente che ha contribuito alla stesura del nuovo piano. E inoltre è anche, come non bastasse, la stessa persona a cui la giunta è ricorsa per sottoporre quella tesi bizzarra e sfrontata (che esclude i parchi dai vincoli di salvaguardia) ad un, profumatamente pagato, parere legale. Cioè ad un parere su se stesso. Più che uno scandalo, è un’indecenza, perfino disarmante.
Comunque, è un parere sbagliato e specioso, da azzeccagarbugli, che la stessa Regione ha fatto a pezzettini. La Regione, infatti, in un ampio documento di osservazioni al progetto di piano adottato nel giugno scorso, critica il piano e soprattutto chiede perentoriamente alla Giunta provinciale di ottemperare senza indugi alla disposizione di legge e finalmente di introdurre gli ambiti agricoli. Chiaro e netto. Ricorda anche la Regione che gli ambiti agricoli hanno carattere prescrittivo e prevalente, e non sono un optional affidato al gusto dell’assessore, né di quello vecchio né di quello nuovo. Ciò nonostante, l’assessore (in carica) non demorde: gli ambiti agricoli non san da fare.
Inutile, finora, si è dimostrato ogni richiamo alla ragione. Inutile è stato sottolineare il carattere strategico che devono avere gli ambiti, il fatto cioè che essi richiedano un punto di vista che è, o dovrebbe essere, più ampio di quello di cui dispone il singolo parco, per quanto grande. Un punto di vista che guardi agli equilibri ambientali, territoriali, paesaggistici e produttivi in una scala che sia, in attesa dell’avvio della città metropolitana, almeno provinciale.
Ora chiunque capisce che qui non si tratta di una disputa puramente “giuridica”. Si tratta di una scelta politica di fondo che alimenta uno scontro che può avere effetti seri. Senza gli AAS il Parco Agricolo Sud Milano è molto più indifeso ed esposto alle scorribande della speculazione edilizia. Che è sempre vigile e in agguato. Infatti, non sarà un caso se, da quando il parco esiste, le uniche varianti, cosiddette ” varianti particolari”, sono state approvate tutte negli ultimi mesi! E’ un segnale, le prime nuvole che annunciano una tempesta possibile che si avvicina.
Infatti, da oltre due anni, è stato avviato un procedimento di “variante generale”. Cosa ci sia dentro questa variante totale, e soprattutto cosa ci sia sotto, nessuno lo sa. Non è stata data mai alcuna informazione. Forse non ci sarà ancora nulla, ma si teme che possa quanto prima entrarvi di tutto.
I comuni del Parco che hanno rifatto, anch’essi adeguandoli alla legge 12, i loro Piani di Governo, hanno previsto, in zone agricole, urbanizzazioni per diversi milioni di mq. Mi riferisco ad un tableau che ci è stato consegnato circa un anno fa e che limitava la stima solo ai comuni (una quindicina su sessantuno), che avevano completato l’iter di approvazione dei nuovi PdG. È da immaginarsi che quando tutti i nuovi piani saranno approvati, le aree agricole a rischio di ridestinazione saranno parecchie migliaia di ettari!
Infine, sfioriamo anche il problema, di prima grandezza, della mancata attuazione del parco, almeno della parte fruitiva di esso.
Anche con questa inadempienza si compie un doppio danno: da una parte abbiamo un grande patrimonio che non viene goduto dalla collettività, e sì che di spazi aperti, di verde, di paesaggio, abbiamo un vitale bisogno; dall’altra, quella mancata fruizione indebolisce il parco stesso, che essendo poco frequentato è perciò esposto a maggiore insicurezza, a inconsulte manipolazioni, e a non adeguata consapevolezza del suo valore.
Allora, per finire, potremmo azzardare dicendo che la Città Metropolitana, di cui tanto si parla, si farà realmente, e non sarà solo uno sgorbio politico-burocratico, come quello previsto dal decreto legge Monti, se saprà mettere al centro della programmazione territoriale, ma non solo, il Parco Sud; se saprà scegliere tra un modello di sviluppo fondato sulla rendita e sullo sposalizio poco virginale degli interessi finanziari e immobiliari, egemoni oggi a Milano, e, invece, un modello che mette al centro il valore della salvaguardia e valorizzazione del territorio, del paesaggio, della agricoltura, come attività economica moderna e vitale, soprattutto per una grande città come Milano.

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