giovedì 5 aprile 2012

Bosnia vent'anni dopo

Sarajevo oggi: 11.541 sedie rosse per ricordare 11.541 morti
Il 5 aprile di 20 anni fa iniziava il tragico assedio di Sarajevo e la terribile guerra jugoslava che si accanì in particolare sulla Bosnia. Sono vicende cui sono molto legata per diverse ragioni. Voglio qui ricordarle pubblicando il testo di un'intervista di alcuni anni fa a un'amica bosniaca musulmana, che è stata una coraggiosa attivista per la pace. Le cose che disse secondo me sono illuminanti e aiutano a capire una guerra che per molti è invece rimasta incomprensibile.  Anche alcuni eventi successivi di questa disastrata Europa si possono leggere alla luce di quegli accadimenti.


Sarajevo
 Suada è di nascita bosniaca ma da tanti anni vive in Croazia, ed è vissuta molto anche a Belgrado. Il padre della sua prima figlia era serbo-bosniaco, mentre il compagno da cui ha avuto il secondo era serbo. Mescolanze di questo tipo riguardano una percentuale altissima di famiglie della ex Jugoslavia. I documenti la definiscono Musulmana.
“Noi bosniaci musulmani non ci sentivamo differenti dai nostri vicini, non stavamo nemmeno a pensare se fossero musulmani, croati o serbi. Ce ne accorgevamo soltanto in occasione delle feste religiose che in qualche modo appartenevano a tutti, era un bellissimo modo per moltiplicare le ricorrenze, gli incontri, i giochi, i cibi speciali. Una felicità per i bambini. Ho sempre permesso ai miei figli di partecipare alle feste natalizie degli amici cattolici”, cominciò a spiegarmi Suada un giorno che trovammo un po’ di tempo per parlare più a lungo. Eravamo a Tuzla, in Bosnia, a un’assemblea di gruppi pacifisti jugoslavi e internazionali. Tuzla, che con la sua storia di vivace presenza operaia e sindacale durante la guerra ha continuato a rappresentare un luogo di resistenza e di convivenza, di dialogo e di civiltà.
Tuzla (www.associazionepereira.it/youthoftuzla)


Parli di un mondo che sembra scomparso, distrutto dalla guerra che oltre ai corpi annienta le culture, le civiltà. Anche quando non uccide, cambia le persone e i rapporti.
“Mi pare di aver passato un’università che non esiste da nessuna parte. Uno studio molto difficile, grave, pericoloso, ma sono contenta perché ho superato tutto questo riuscendo a conservare alcuni principi generali. La solidarietà con le vittime, con le altre donne, la sincerità… Una serie di principi che ho sperimentato nella realtà, nelle situazioni concrete, e quindi hanno perso la loro astrattezza per diventare vita vissuta.”
Ora ti senti diversa?
“In un certo senso mi sento migliore. Nei primi anni della guerra mi sembrava di essere distrutta. Tutta la mia struttura psicologica, la mia educazione, la cultura, tutto era distrutto dai sentimenti ispirati dalla guerra, dalla fatica del lavoro. Poi pian piano è nata un’altra struttura.”
Come se tu fossi passata attraverso una prova del fuoco.
“Sì, in un certo senso. Non si può modificare un modello sbagliato. Noi non riuscivamo mai nelle nostre vite a cancellare le cose sbagliate. Se fai una casa che non ti piace, non avrai mai comunque il coraggio di distruggerla. Poi però arriva un terremoto e tu sei costretta a ricominciare dalle fondamenta.”
 Sarajevo
Sei una donna forte, coraggiosa, nonostante tutto hai continuato a lottare e ad agire per te e per gli altri.
“Avevo problemi con la polizia, la sopravvivenza, i figli, ma ciò che mi colpiva di più erano i rapporti con le persone e le conseguenze anche spirituali su di me. Durante la guerra rischi di perdere le amicizie. La gente cambia, per paura, per interesse, per chissà cosa. Specialmente verso una pacifista, che viene vista come una persona diversa, senza potere, senza sostegno, una persona debole. Vedendoti debole, ti attaccano. Non era un conflitto, ma proprio un attacco. Dietro c’erano motivi concreti, materiali, ma i primi due o tre anni io veramente non capivo perché mi attaccassero. Ero preoccupata di superare le conseguenze politiche e psicologiche della guerra, di trovare un’idea, una strategia per tenere unite le persone, difendere i diritti. Così non pensavo che altri potessero invece farsi guidare da interessi meschini. Però, per fortuna, ho trovato anche tantissimi nuovi amici, con cui era possibile lavorare.”
Aprendo il Laboratorio delle donne abbiamo iniziato un lungo percorso che ci ha cambiate nel profondo.
“Se ci ripenso vedo che tramite questo progetto ci siamo collegate fra donne diverse, e abbiamo lavorato con tanti problemi, perché c’era tanta paura, c’era la guerra, ma adesso penso anche che non ci siamo incontrate per caso, e che abbiamo imparato molto, l’una dall’altra. Abbiamo imparato a superare gli errori, a rimediarli con l’aiuto che veniva da fuori, senza critiche o condanne. Il nostro è stato il primo gruppo che ha realizzato il telefono Sos per le profughe in Croazia. Era un progetto veramente completo, perché aiutava le donne su ogni piano, e creava una possibilità di continuare da sole, dopo alcuni mesi di sostegno. Non abbiamo mai avuto tempo di farlo conoscere, perché c’era troppo lavoro. Eppure vale la pena di sottolinearne ancora oggi il senso profondo che ha avuto, contro ogni divisione. Da noi arrivavano donne di ogni provenienza, di ogni età e stato sociale. Tutte erano in una situazione gravissima. Cosa abbiamo concluso da questa esperienza? Perché è molto importante per le altre donne conoscere l’esperienza delle donne profughe? Io ho vissuto una storia personale simile, quando ho divorziato: sono stata senza casa, senza lavoro…”
Come una profuga?
“Sì, come una profuga. Ho capito cosa può succedere alle donne: ogni donna può entrare in una situazione gravissima a causa di una malattia, di un divorzio, della perdita del lavoro e, naturalmente, della guerra. Basta poco. E così abbiamo costruito il progetto dell’aiuto. È stato proprio un laboratorio.”
Prima della guerra avevi già lavorato con un gruppo di donne?
“No, mai. Io preferivo sempre il mondo dei maschi. Da bambina avevo visto come vanno le cose: le donne non sono considerate, valgono soltanto i maschi. Va bene, allora vado coi maschi! È durante tutto questo che sono diventata veramente una donna. Adesso posso dire che non è una donna quella che non aiuta un’altra donna, che non è solidale con un’altra donna e non capisce.”
Avevi mai pensato che potesse scoppiare una guerra?
“Sì. Da alcuni anni prima. Ho studiato la politica e quindi capivo questa cosa fondamentale: il governo che non può più governare sulla base di un’ideologia e di una stabilità economica, usa la violenza per guadagnare consenso e potere. C’era uno scenario molto interessante nella Jugoslavia fine anni Ottanta. I gruppi, i movimenti, tutti cercavano il modo di rinnovarsi perché il sistema era già indebolito. Ma io pensavo, e non solo io, anche altri pensavano che il potere non poteva più assicurare il livello di vita e allora avrebbe usato la violenza, ci sarebbe stata sicuramente la guerra. Ricordo un incontro. C’era tanta gente, a Rijeka. Un collega di Zagabria diceva: no, non è possibile che facciano una guerra. Ecco il conto: ci sarebbero due milioni di profughi, cinqucentomila morti, troppe perdite economiche… Impossibile. Non la faranno mai! Qui da noi si sa già da prima che ogni guerra dura almeno quattro anni, quante saranno le vittime…”
Mi raccontavi un giorno del tuo compagno, morto proprio agli inizi della guerra. Dicevi che aveva già previsto tutto.
“Sì. Lui sapeva. Era un docente di sociologia, più anziano di me. In una frase sola disse: qui avremo una cosa mai vista. Aveva l’esperienza della lotta durante la Seconda guerra mondiale. Stava nell’organizzazione dei giovani comunisti, quasi tutti uccisi in guerra oppure deportati in un’isola dove anche lui è rimasto quattro anni. Venivano maltrattati, torturati. Lui conosceva le persone che costruiscono i lager ideologici. Mai avremo dei mutamenti veri, mi disse, fino a quando sopravviveranno questi individui di cui nessuno riesce a scoprire il vero ruolo. Sono sempre attivi, in senso politico, adesso a Belgrado e dappertutto.”
Secondo lui gli intellettuali avevano qualche possibilità di prendere posizione per fermare la guerra?
“Cercò di coinvolgere colleghi e colleghe dell’università per organizzare un comitato, un movimento per la pace, ma la gente non credeva alla guerra e qualche volta rideva. Io sono stata con lui a Lubiana, a Zagabria, a Spalato, a Novi Sad, a Sarajevo, per promuovere questo movimento, e ho visto le persone scherzare.”

 In quale anno? 
“Nel ‘90, forse fine ‘89.”
  
Ma secondo te, c’erano altri nel resto della Jugoslavia ad aver capito in anticipo cosa sarebbe accaduto? 
“Le comunicazioni sociali non erano molto sviluppate, quindi ognuno poteva pensare di essere l’unico intelligente ad aver pensato così! Ma sicuramente c’erano uguali iniziative altrove. Tutte senza consenso. D’altra parte aveva molto successo l’Associazione per una Jugoslavia democratica, ma finì con la guerra. Da lì però sono nati altri partiti e associazioni nuove, impegnate adesso nei movimenti.”
  
Prima della guerra pensavi mai al fatto di essere musulmana, o non ci pensavi per niente? 
“Io appartenevo a quel tipo di persone che non hanno mai sottolineato la nazionalità. Mi sentivo essere umano, donna, madre, giornalista, pacifista… Se si doveva dire un’identità rispondevo: jugoslava. Il mio primo marito era serbo, i miei figli sono misti: quindi mi sembrava corretto dire così. Ora questa categoria non esiste più, è stata distrutta: adesso devo dire bosniaca musulmana, secondo la mia origine familiare.”
  
Non avresti immaginato un futuro come questo. 
“A essere sincera, io pensavo sempre all’amore, questa era la mia ideologia! E cosa ho scoperto? Durante la guerra tutto quello che facevo per amore e con amore aveva successo. Io e una mia amica da giovani avevamo scelto di studiare francese, all’università, perché secondo noi era la lingua dell’amore. Poi lei ha concluso gli studi di francese e io invece ho cambiato e sono diventata giornalista. Quando è scoppiata la guerra e ho cominciato a lavorare come pacifista, tutto quel francese che avevo studiato con amore negli anni lontani mi è servito moltissimo. Ad esempio, riflettevo su mia figlia che non accetta nessuna ideologia, né comunista né anarchista né capitalista, come molti giovani. Ho analizzato come vive, le cose che ama, e ho scoperto una cosa interessante: l’unica strada che lei segue sempre è la bellezza, dentro di lei, fuori di lei… Bene, anche questa è un’ideologia, se intendiamo questa parola in un senso più ampio e non soltanto politico. Può essere un’idea che ti guida, un valore. Per me è l’amore. Tante volte, naturalmente, con la propria ideologia poi capita di sbagliare.”
  
Però tu analizzi sempre le situazioni dal punto di vista politico. 
“Questa è una forma del lavoro, ma dentro c’è l’amore. Io penso che dentro ogni impegno forte ci sia un’emozione forte, una motivazione, un orientamento. Per qualcuno purtroppo è la volontà di potere, una lotta per il potere.”
  
A proposito di potere e di poteri, pensi sempre che l’attacco alla Bosnia sia stato preparato in precedenza? 
“Inizialmente pensavo che la guerra in Jugoslavia fosse incominciata con lo scopo di distruggere la Bosnia, ma ora non ne sono più sicura. Forse la distruzione della Bosnia è stata una conseguenza della distruzione della Jugoslavia, perché l’interesse avrebbe potuto essere quello di distruggere un paese comunista alternativo. Le nostre esperienze di autogestione già praticata, la nostra economia pianificata. Ma quando scateni la violenza, non puoi più guidarla solo verso i tuoi fini. Il ruolo che ha avuto la distruzione della Bosnia mi fa pensare a ciò che è accaduto con il Ruanda, in Africa: si distrugge una regione non per caso, ma per un progetto, per svuotare un grande spazio attorno in cui insediarsi più facilmente ed esercitare un controllo strategico. La distruzione allora deve essere veramente totale, quasi un genocidio.” 

Secondo te di chi era il progetto? A chi conveniva la guerra nella ex Jugoslavia? 
“Anche noi vorremmo saperlo. Perché ad esempio la politica internazionale ha due facce, anzi meglio, due mani: con una mano ti porta le bombe, con l’altra ti porta l’aiuto! Puoi immaginare la gente in un paese bombardato che vede solo la mano che ti porta il pane.”
  
Già, il famigerato humanitarna pomoc, l’aiuto umanitario. Pensi che volessero rifare una divisione, sostituire il Muro di Berlino con un altro e diverso muro? 
“Il problema è il muro nelle teste, il militarismo. Il militarismo ha bisogno di muri per produrre guerre, armi.”
  
L’industria delle armi ha bisogno delle guerre, le guerre hanno bisogno di muri… 
“Certo, tutto è collegato. C’è un’analisi economica secondo cui società multinazionali hanno concentrato moltissimo capitale non impiegato, perché la produzione classica in molti settori non dà più profitto. Uno dei settori che ne produce di più è il commercio di armi.”

Rimane la domanda: perché la Bosnia? 
“Perché la Bosnia era una società più debole. In Bosnia non c’è mai stata un’idea forte dello stato. I bosniaci hanno sempre avuto una cultura civile molto forte, ma questa cultura si distrugge facilmente durante una guerra. Ora per fortuna sento che i legami riprendono di nuovo. Per spiegarmi cosa è veramente accaduto, io preferisco utilizzare una categoria sociologica secondo cui nel mondo esiste un subimperialismo, un subfascismo. È un modello latinoamericano: c’è una oligarchia che guida, ma diretta da centri di potere esterni. E noi siamo entrati in questa dimensione.”

Durante tutta la guerra, e fin quando ha governato Tudjman, Suada non potè ottenere il permesso di soggiorno. Era considerata straniera, pur vivendo nella casa dei genitori che in Croazia risiedono da tanti anni e ne hanno la cittadinanza, la famosa domovnica. Un rifiuto dovuto al fastidio per il suo impegno pacifista e per i diritti civili.

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