venerdì 15 febbraio 2013

Facciamo che il Parco Sud non diventi un miraggio


Sono anni che a Milano e nell'hinterland si tenta di difendere il Parco Sud dalle grinfie della speculazione edilizia e del cinismo politico-amministrativo di cui abbiamo edificanti esempi ogni giorno. Nell'ultimo numero di "Arcipelago Milano" ho trovato questo istruttivo e interessantissimo articolo di Arturo Calaminici, intitolato "I nemici del Parco Sud non muoiono mai". Occorre dunque organizzarsi, muoversi, parlare, agire se vogliamo che il Parco Sud continui a rappresentare un piacevole viaggio nella natura, nella storia, in un mondo agricolo-produttivo non ancora scomparso, e non si traduca invece in un vano miraggio. 




"I nemici del Parco Sud non muoiono mai"
di Arturo Calaminici 

Oggi, a Milano, il Parco Sud è il cuore di tutte le battaglie ambientaliste e territoriali. È anche il cuore che fa palpitare il kombinat immobiliarista e finanziario milanese, pronto alle sempre nuove e inesauste imprese dei cavalieri della rendita. Il Parco Sud è però anche il grande dimenticato. Poco di esso ci si occupa. E anche la parte più consapevole e impegnata della città, anche l’intellighenzia professionale (professori, architetti, urbanisti, sociologi, giornalisti…), che proprio in questi giorni sembra più desta e combattiva (vedi l’appello lanciato da "Eddyburg" nei giorni scorsi), ignora i problemi del Parco Sud o comunque non gliene cale più di tanto. Non ho letto nulla, infatti, sulle cose che adesso dirò.
Milano, mi permetto l’iperbole, senza il Parco Sud sarebbe un grande paesone senza speranza. Nelle sue storiche oscillazioni, il pendolo della città da tempo indugia piuttosto dalle parti di una lunga e sfibrante decadenza. Non più capitale morale, non più capitale economico-produttiva, delle fabbriche e delle lotte operaie, non più generosa e accogliente, ma piuttosto egoista e indifferente, e spesso intollerante, ripiegata su se stessa, mercatone di cose e di case, sembra convertita all’ottusa saggezza del “Pensa per te. Che te ne frega?”.
Il Parco Sud, però, è ancora promessa e leva possibile di riscatto. Se però si spegne questa fiamma, si fa subito sera attorno a noi. Il Parco Sud, 47 mila ettari, quasi tre volte l’intera superficie della città di Milano, è gestito dalla Provincia. La quale ha avviato il processo di adeguamento del vecchio piano territoriale alla legge urbanistica regionale n.12 del marzo 2005. Dopo quasi otto anni, il “processo” non è ancora quagliato. Il miracolo (inverso) non è avvenuto, perché non si è trovato l’accordo su un punto, un punto solo: la definizione degli Ambiti Agricoli Strategici.
La legge regionale 12, che pure è una legge che ha incoraggiato e protetto i fasti e soprattutto i nefasti della più incontenibile speculazione edilizia in terra di Lombardia, dice una cosa chiara: spetta alle Province, in coordinamento con i comuni e i parchi, definire gli ambiti agricoli strategici. L’apposizione di tale vincolo aggiunge una garanzia in più alla salvaguardia del territorio agricolo, e nello stesso tempo tutela il paesaggio e l’ambiente, e impedisce che le aree agricole siano facilmente ridestinabili e oggetto di perequazione urbanistica. In particolare della perequazione estensiva (non di comparto, come dovrebbe essere secondo la ratio originaria di questo istituto) o “infinita”, come quella a cui per esempio il PGT di Masseroli – Moratti prevedeva di assoggettare tutte le aree milanesi del Parco Sud (34 milioni di mq). Obiettivo, la creazione di diritti edificatori milionari. Trasferibili eventualmente all’interno del perimetro urbano e anche della città centrale di Milano. Per fortuna la nuova giunta Pisapia ha disinnescato questa pericolosa bomba urbanistica (anche se non ancora ha neutralizzato l’intero arsenale bellico masseroliano).
Bene. Il Piano provinciale che non c’è, è fermo per una ragione semplice, che potremmo dire stravagante se dietro non ci fossero gli interessi che sappiamo. L’assessore alla programmazione territoriale si è inventato, contra legem, che su questo punto è di una ciceroniana assoluta chiarezza, la trovata che il piano provinciale può determinare gli AAS dappertutto, ma non nei parchi regionali. Cioè non nel Parco Sud. E non può farlo, secondo lui, perché i parchi regionali sono, in quanto regionali, sovra ordinati alla Provincia. E questo l’assessore caparbiamente ancora oggi afferma, nonostante si tratti di un evidente sofisma ridicolo, che ci costringe ad una specie di surreale e sfibrante drôle de guerre da quasi due anni. Da ultimo, a supporto della sua “tesi”, l’attuale assessore ha tirato fuori la consulenza di un avvocato che, guarda caso, oltre a essere, in qualità di ex assessore provinciale, l’estensore del vecchio piano – ancora vigente però e appunto da adeguare- è pure il consulente che ha contribuito alla stesura del nuovo piano. E inoltre è anche, come non bastasse, la stessa persona a cui la giunta è ricorsa per sottoporre quella tesi bizzarra e sfrontata (che esclude i parchi dai vincoli di salvaguardia) ad un, profumatamente pagato, parere legale. Cioè ad un parere su se stesso. Più che uno scandalo, è un’indecenza, perfino disarmante.
Comunque, è un parere sbagliato e specioso, da azzeccagarbugli, che la stessa Regione ha fatto a pezzettini. La Regione, infatti, in un ampio documento di osservazioni al progetto di piano adottato nel giugno scorso, critica il piano e soprattutto chiede perentoriamente alla Giunta provinciale di ottemperare senza indugi alla disposizione di legge e finalmente di introdurre gli ambiti agricoli. Chiaro e netto. Ricorda anche la Regione che gli ambiti agricoli hanno carattere prescrittivo e prevalente, e non sono un optional affidato al gusto dell’assessore, né di quello vecchio né di quello nuovo. Ciò nonostante, l’assessore (in carica) non demorde: gli ambiti agricoli non san da fare.
Inutile, finora, si è dimostrato ogni richiamo alla ragione. Inutile è stato sottolineare il carattere strategico che devono avere gli ambiti, il fatto cioè che essi richiedano un punto di vista che è, o dovrebbe essere, più ampio di quello di cui dispone il singolo parco, per quanto grande. Un punto di vista che guardi agli equilibri ambientali, territoriali, paesaggistici e produttivi in una scala che sia, in attesa dell’avvio della città metropolitana, almeno provinciale.
Ora chiunque capisce che qui non si tratta di una disputa puramente “giuridica”. Si tratta di una scelta politica di fondo che alimenta uno scontro che può avere effetti seri. Senza gli AAS il Parco Agricolo Sud Milano è molto più indifeso ed esposto alle scorribande della speculazione edilizia. Che è sempre vigile e in agguato. Infatti, non sarà un caso se, da quando il parco esiste, le uniche varianti, cosiddette ” varianti particolari”, sono state approvate tutte negli ultimi mesi! E’ un segnale, le prime nuvole che annunciano una tempesta possibile che si avvicina.
Infatti, da oltre due anni, è stato avviato un procedimento di “variante generale”. Cosa ci sia dentro questa variante totale, e soprattutto cosa ci sia sotto, nessuno lo sa. Non è stata data mai alcuna informazione. Forse non ci sarà ancora nulla, ma si teme che possa quanto prima entrarvi di tutto.
I comuni del Parco che hanno rifatto, anch’essi adeguandoli alla legge 12, i loro Piani di Governo, hanno previsto, in zone agricole, urbanizzazioni per diversi milioni di mq. Mi riferisco ad un tableau che ci è stato consegnato circa un anno fa e che limitava la stima solo ai comuni (una quindicina su sessantuno), che avevano completato l’iter di approvazione dei nuovi PdG. È da immaginarsi che quando tutti i nuovi piani saranno approvati, le aree agricole a rischio di ridestinazione saranno parecchie migliaia di ettari!
Infine, sfioriamo anche il problema, di prima grandezza, della mancata attuazione del parco, almeno della parte fruitiva di esso.
Anche con questa inadempienza si compie un doppio danno: da una parte abbiamo un grande patrimonio che non viene goduto dalla collettività, e sì che di spazi aperti, di verde, di paesaggio, abbiamo un vitale bisogno; dall’altra, quella mancata fruizione indebolisce il parco stesso, che essendo poco frequentato è perciò esposto a maggiore insicurezza, a inconsulte manipolazioni, e a non adeguata consapevolezza del suo valore.
Allora, per finire, potremmo azzardare dicendo che la Città Metropolitana, di cui tanto si parla, si farà realmente, e non sarà solo uno sgorbio politico-burocratico, come quello previsto dal decreto legge Monti, se saprà mettere al centro della programmazione territoriale, ma non solo, il Parco Sud; se saprà scegliere tra un modello di sviluppo fondato sulla rendita e sullo sposalizio poco virginale degli interessi finanziari e immobiliari, egemoni oggi a Milano, e, invece, un modello che mette al centro il valore della salvaguardia e valorizzazione del territorio, del paesaggio, della agricoltura, come attività economica moderna e vitale, soprattutto per una grande città come Milano.

martedì 18 settembre 2012

La povertà? È illegale: banning the poverty now

Un'immagine dalla marcia Agliana-Quarrata
Oggi voglio segnalare questa bellissima iniziativa, che condivido in pieno. Anzi, diciamo che era proprio ora! Anche così, con un primo passo, con una prima pietra si può trasformare l'esistente. Ecco perché è giusto partecipare e sostenere. Speriamo che lo facciano in tanti. In Italia la campagna è stata lanciata l’8 settembre 2012 in occasione della 19^ Marcia per la giustizia Agliana-Quarrata promossa annualmente dalla Rete Radié Resh, da Libera e da istituzioni come i Comuni di Agliana e Quarrata e la Provincia di Pistoia. Quest’anno hanno anche aderito l'Università del Bene Comune e l'Associazione Monastero del Bene Comune. Ma vi saranno tante altre iniziative, ci si può tenere informati consultando il sito Banning the poverty

Poveri non si nasce, lo si diventa. La povertà è un “prodotto della società. Piuttosto che di poveri bisogna parlare di impoveriti. Negli anni ’50-’80 i paesi scandinavi sono riusciti a creare delle società senza poveri, perché lo hanno voluto e perché hanno creduto nell’uguaglianza tra tutti i cittadini rispetto al diritto a una vita umana decente. Negli Stati Uniti, invece, il numero di impoveriti non ha cessato di crescere (oggi supera i 50 milioni su 300) perché si tratta di una società che crede nell’inuguaglianza “naturale” tra i cittadini anche rispetto ai diritti umani e sociali formalmente riconosciuti.
“Dichiariamo illegale la povertà” significa batterci per mettere fuori legge le cause strutturali che generano ed alimentano i processi d’impoverimento di interi popoli, gruppi e categorie sociali.
Fra le cause strutturali ci sono:
 - disposizioni legislative,  leggi o misure amministrative (nel campo del lavoro, relative alla fiscalità ed alle tasse, riguardo l’accesso ai servizi pubblici di base…)
 - istituzioni locali, nazionali, internazionali, come gli istituti bancari che sono specializzati nelle operazioni finanziarie speculative…
 - pratiche sociali collettive, come quella di pensare che “i poveri” sono naturalmente più potenziali criminali degli altri
Concretamente significa che in 5-6 paesi pilota del mondo cercheremo nei prossimi cinque anni di mettere fuori legge una o due leggi, una o due istituzioni, una o due pratiche sociali collettive che sono all’origine dell’impoverimento, perché produttrici di processi di arricchimento ingiusto, inuguale e predatorio.
L’obiettivo dell’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” è di ottenere nel 2018 a 70 anni dalla “Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo”, l’adozione di una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermi la legittimità della messa fuori legge dei fattori che sono all’origine di una ricchezza inuguale, ingiusta e predatoria e quindi dei processi di impoverimento e di creazione dei poveri.
Le sole battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono! Non si può accettare che oggi ci siano 3 miliardi di impoveriti e accontentarci di “avere la fortuna”, come si dice, di… non essere fra loro.



lunedì 10 settembre 2012

Occupy the seed! Due settimane per la libertà dei semi

Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio. di quante ne sogni la tua filosofia... Quando Shakespeare coniò questo aforisma, probabilmente non avrebbe mai pensato che un giorno qualcuno avrebbe osato impadronirsi dei semi che la natura ha messo a libera disposizione degli esseri umani per la loro sopravvivenza. Le multinazionali delle sementi sono riuscite a legalizzare una delle più orribili rapine che si possano immaginare, brevettando, privatizzando e facendo pagare le sementi ai contadini che da millenni ne sono i custodi, e che da millenni li coltivano, li riproducono liberamente e liberamente li scambiano.
Si può brevettare l'aria, l'acqua, il cibo? Si possono brevettare i fondamenti della vita per arricchire gli azionisti di queste società predatrici? Siamo tutte e tutti in pericolo se persino il diritto primario al cibo viene privatizzato. Ecco perché dobbiamo sostenere la sacrosanta campagna mondiale lanciata dalla scienziata indiana Vandana Shiva contro la rapina dei semi: "Due settimane per la libertà dei semi" dal 2 al 16 ottobre (il 2 ottobre è il compleanno di Gandhi). In sostanza si tratterà di disobbedire ai brevetti con manifestazioni pubbliche di "occupazione e scambio dei semi" Occupy the seed!
Questa iniziativa di disobbedienza civile è doppiamente importante perché "con sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo. Fin dal 1998 è in vigore una direttiva della Comunità europea che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (le note multinazionali) vietandolo agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato così, di colpo, un delitto. Con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali  (ne esistono di benemerite anche in Italia ­ che commettono appunto questo crimine: preservano e distribuiscono a chi le chiede sementi fuori del catalogo ufficiale)"
Qui di seguito potete leggere i messaggi di Vandana Shiva che spiegano chiaramente le premesse e gli obiettivi di questo movimento che sta nascendo, e ascoltare direttamente il video registrato da Vandana. Sarebbe bello, sarebbe necessario che in Italia fiorissero molte iniziative collegate a questa campagna, io ci proverò a Milano: chi ha voglia di esserci?

Ecco il video:
http://youtu.be/oCYUCf4SUO8

Ed ecco il messaggio di Vandana Shiva:

Invito ad unirsi al Movimento Globale dei Cittadini per la Libertà dei Semi

Cari custodi e combattenti dei semi,
in nome e per conto di Navdanya, vi scrivo per invitarvi a diventare parte del Movimento Globale dei Cittadini per la Libertà dei Semi – l’inizio di una campagna a livello globale per mettere in guardia i cittadini ed i governi di tutto il modo di quanto la nostra capacità di approvvigionamento di semi stia diventando precaria – e di conseguenza di quanto lo stia diventando la sicurezza del cibo.
Abbiamo dato inizio a Navdanya 25 anni fa per proteggere la biodiversità e il diritto degli agricoltori a salvare, moltiplicare e scambiare i semi liberamente nel momento in cui ci trovammo costretti a gestire le minacce del Trattato TRIPS ( Trade Related Intellectual Property Righs Agreement – Trattato sui diritti di proprietà intellettuale in relazione alle attività commerciali) da parte dell’ Organizzazione Mondiale de Commercio –World Trade Organization (WTO) che ha aperto le porte a: l’introduzione degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), il deposito di brevetti sui semi ed il reclamo delle relative royalties (diritti). Un rappresentante della Monsanto disse poco più tardi “Nella stesura di questi trattati noi siamo stati il paziente, il diagnosta e lo specialista riuniti in un solo soggetto “. Le Corporations identificarono un problema – e per esse il problema erano gli agricoltori e la loro attività di salvaguardia dei semi. Perciò esse offrirono una soluzione, e la soluzione era l’introduzione dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale sui semi, rendendo in questo modo illegale l’attività di salvataggio dei semi da parte degli agricoltori. Da “bene comune” il seme divenne “merce” per essere commercializzato sul libero mercato da parte delle aziende sementifere private.
Ad oggi, la minaccia è grande, considerando quanto segue:
Gli ultimi vent’anni hanno visto una grande diminuzione della biodiversità dei semi e della sovranità su di essi da parte delle popolazioni. Allo stesso tempo c’è stato un grande aumento del controllo sui semi da parte di un piccolo numero di gigantesche corporations (Multinazionali).
Lo sfruttamento intensivo dei terreni con coltivazioni geneticamente modificate di soya, canola, cotone è aumentato drammaticamente.
Oltre a ridurre e distruggere la biodiversità, gli organismi geneticamente modificati e coperti da brevetto stanno minando la sovranità delle popolazioni sui semi ed il diritto degli agricoltori a coltivare i propri semi, a proteggerli e a scambiarli.
In molti paesi in tutto il mondo, inclusa l’India, si stanno introducendo nuove leggi che costringono alla registrazione obbligatoria dei semi rendendo impossibile ai piccoli agricoltori la possibilità di far crescere e mantenere la propria biodiversità ed obbligandoli così a dipendere dalle grandi multinazionali sementifere.
La contaminazione genetica si sta diffondendo – l’India ha perso i propri semi di cotone a causa della contaminazione dei semi di cotone BT. Il Messico, la storica culla del grano, ha perso l’ottanta per cento delle sue varietà di grano e frumento. Questi sono solo i due principali esempi della perdita della nostra eredità di semenze locali e nazionali.
Dopo averli contaminati, le multinazionali dei semi biotech fanno causa agli agricoltori per aver infranto le leggi sui diritti di brevetto. Più di 80 gruppi di sono recentemente uniti negli Stati Uniti per presentare una sottoscrizione ed aprire un caso per prevenire una causa contro di essi da parte di Monsanto dopo che già aveva contaminato le loro coltivazioni.
Siccome la possibilità di approvvigionamento di sementi sane da parte dei coltivatori è stata ridotta, essi diventano dipendenti dai semi geneticamente modificati e coperti da brevetto. La conseguenza diretta è l’indebitamento. Il debito creato dal cotone BT in India ha spinto gli agricoltori al suicidio.
L’India ha firmato uno studio comparato tra India e USA sull’agricoltura insieme ad un rappresentante della Monsanto. Gli stati sono messi sotto pressione perché firmino accordi con la Monsanto. Un esempio è il “Monsanto Rajasthan Memorandum of Undestanding” (MOU – Documento di accordo bilaterale tra Monsanto e il Rajasthan) per il quale la Monsanto avrebbe ottenuto i diritti di proprietà intellettuale su tutte le risorse genetiche così come sulle ricerche sui semi svolte nell’ambito dell’accordo MOU. Fu solo dopo una campagna promossa da Navadnya e un Bija Yatra chiamato “Monsanto Quit India” (Monsanto vattene dall’India) che il governo del Rajasthan ha cancellato il MOU.
C’è pressione da parte di Monsanto sul governo degli Stati Uniti ed entrambi fanno pressioni sui governi di tutto il mondo. Questa è una grande minaccia sul futuro dei semi ed il futuro del cibo.
Wikilieaks ha svelato le intenzioni del governo degli Stati Uniti di aumentare e far proliferare l’utilizzo di OGM organismi geneticamente modificati, in Africa ed in Pakistan. La pressione da parte di rappresentanti del governo degli Stati Uniti è una dimostrazione di un supporto diretto al grande business della biotecnologia ed all’espansione dei loro mercati.
Queste tendenze dimostrano una volontà di controllo totale sull’ approvvigionamento dei semi e di distruzione delle fondamenta più vere dell’agricoltura. Siamo testimoni di un’EMERGENZA GLOBALE SUI SEMI.
La scomparsa della biodiversità e della nostra sovranità sui semi sta creando una grandissima crisi nella sicurezza dell’agricoltura e del cibo in tutto il mondo. Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi.
I semi sono il primo anello della catena alimentare ed i depositari della futura evoluzione della vita. Per questo la salvaguardia dei semi e la loro protezione per le generazioni future è un nostro preciso dovere e nostra responsabilità. La coltivazione e moltiplicazione dei semi ed il loro libero scambio tra gli agricoltori è sempre stata la base del mantenimento della biodiversità e della sicurezza del nostro cibo.
Sono sicura che voi percepirete l’emergenza tanto quanto io la percepisco e che sentirete la necessità di unire le forze per reclamare i nostri semi e per proteggere la loro biodiversità e libertà.
Facciamo in modo che il 2012 diventi l’anno dell’impegno per “Salvare i nostri Semi” e per “Reclamare i nostri Semi come bene Comune”, sottraendoli al deposito di brevetti, alle registrazioni obbligatorie, alla monopolizzazione, alla distruzione e contaminazione genetica.
Pianifichiamo strategie ed azioni comuni in modo che la voce del 99% in merito a argomenti relativi ai semi diventi più forte del bullismo della Monsanto e degli altri quattro giganti della biotecnologia applicata alle sementi in modo che possiamo meglio difenderci dalla loro determinazione a controllare il sistema alimentare mondiale rubandoci i nostri semi e la nostra libertà.
Vi prego di inviarci le vostre idee, le vostre speranze e i vostri sogni in modo che possiamo costruire un forte movimento “Occupy the Seed” (Occupiamo i semi).
Sono impaziente di unire le mie forze alle vostre per fare sì che il 2012 sia l’Anno della Liberazione dei Semi e per aiutare ad assicurare un futuro equo e sostenibile alle generazioni che verranno.


Per partecipare attivamente contattate:
Global Movement To Defend Seed Freedom (Movimento Globale per la Difesa della Libertà dei Semi)
info@seedfreedom.in
http://seedfreedom.in
www.navdanya.org

Due documenti che possono aiutare ad approfondire le tematiche inerenti ai semi sono:
Il “Manifesto sul Futuro dei Semi” (2004) disponibile in molte lingue (vedi sotto). I suoi principi furono le basi della Legge Regionale della Toscana sull’eredità dei semi in quello stesso anno.
“L’Imperatore OGM è nudo: false promesse, fallaci tecnologie” . pubblicato da Navdanya International in questo ultimo anno di lavoro comune ed in collaborazione con altri movimenti di cittadini (vedi sotto): Il rapporto spiega l’evidenza della severa minaccia che comportano per i semi: la diminuzione, l’inquinamento e la privatizzazione.
Il Manifesto sul Futuro de Semi spiega modi e mezzi attraverso i quali si può rinforzare e accelerare il movimento verso l’agricoltura sostenibile, la sovranità alimentare, la biodiversità e la diversità in agricoltura, aiutando a difendere i diritti degli agricoltori a salvaguardare, condividere, utilizzare e migliorare i semi. Inoltre il manifesto spiega come la nostra capacità collettiva sia in grado di adattarsi ai percoli e alle incertezze causate dai cambiamenti dell’economia e dell’ ambiente che ci circonda.
Il Manifesto sul Futuro de Cibo sviluppa in dettaglio i principi sui quali si basa la transizione ad un sistema alimentare sostenibile, come spiegato nella Dichiarazione di Firenze sui Diritti Alimentari Globali. La cosa più importante riguarda l’esposizione di una visione pratica e completa di idee e programmi per salvaguardare il cibo e l’agricoltura e perché questi possano acquisire un carattere sociale e diventare ecologicamente sostenibili e più accessibili. La stessa visione spiega come agire concretamente per promuovere e assicurare che la qualità e la sicurezza del cibo, nonché la salute pubblica guadagnino una posizione predominante rispetto agli interessi e ai profitti delle grandi multinazionali.
(Manifesti della Commissione Internazionale sui Futuro del Cibo e dell’Agricoltura
ripubblicati con il permesso di: http://www.navdanyainternational.it/index.php/i-manifesti)



martedì 1 maggio 2012

Urban revolution (Diritto alla città)

Scusate se ogni tanto scompaio, ma le cose della vita a volte sommergono
e divorano il tempo a disposizione. Però tornerò presto, è una
promessa. Intanto oggi vi segnalo un articolo secondo me molto interessante, pubblicato sul sito di MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/occupy-wall-street-e-la-nuova-rivoluzione-urbana-intervista-a-david-harvey/?h=6. Che cosa realisticamente ogni persona può fare per cambiare le cose? Iniziare dal luogo in cui vive, ad esempio la propria città. Iniziare "dai sassi sotto i piedi", come insegna un vecchio detto.

Ed ecco l'articolo in questione: "La nuova rivoluzione urbana" di Max Rivlin-Nadler - www.eddyburg.it, una lunga intervista a David Harvey sui temi del suo ultimo libro Città Ribelli, di prossima pubblicazione in Italia.

David Harvey

Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo. A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate.
A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia.
prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come
potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste. Abbiamo incontrato Harvey per parlare di Occupy Wall Street, della distruzione operata da Bloomberg nelle trasformazioni di New York City, su come si possa ripensare la città più vicina a come la vorremmo.

Lei parla del “diritto alla città” come di uno slogan vuoto. Cosa intende?

Il diritto alla città può rivendicarlo chiunque. Anche Bloomberg ha diritto alla città. Però ci sono varie fazioni, con diverse capacità di esercitarlo. Quando parlo del diritto di ripensare la città più vicina a come la vorremmo, e a cosa invece abbiamo visto qui a New York City negli ultimi 20-30 anni, si tratta di come la vorrebbero i ricchi. Negli anni ’70 pesava molto la famiglia Rockefeller per esempio. Oggi c’è gente come Bloomberg, che sostanzialmente trasforma la città nel modo che più si adatta a sé e ai propri affari. Ma la gran massa della popolazione praticamente non conta nulla in tutto questo. In città c’è quasi un milione di persone che tenta di farcela con diecimila dollari l’anno. E che influenza hanno sul modo in cui si trasforma la città? Nessuna.
Il mio interesse principale sulla questione del diritto alla città non è tanto di affermare che esista una specie di diritto etico, ma qualcosa per cui lottare. Il diritto di chi? Per che tipo di città? Penso a quel milione di persone con meno di diecimila dollari l’anno, che dovrebbero pesare almeno tanto quanto l’1% che sta al vertice. Lo definisco un significante vuoto, perché ci deve essere qualcuno che arriva e dice, “È il mio diritto che conta, non il tuo”. Comporta sempre un conflitto.

Dagli anni ’80 assistiamo in tutto il mondo all’ondata della privatizzazione di tutto quanto un tempo era pubblico (scuole, ferrovie, acqua). Come ne è stato influenzato il movimento fra i ceti a basso reddito delle città?

In un modo che è una delle domande poste dal libro: Perché non abbiamo fatto nulla? Perché non c’è stato un nostro’68? Perché non ci sono state più proteste, visto l’immenso accrescersi delle diseguaglianze in tante città degli Usa, oltre che de resto del mondo? Oggi stiamo cominciando a vederne alcune, di risposte, in Occupy Wall Street, e anche altrove nel mondo segnali più vistosi. In Cile gli studenti occupano le università, come avevamo visto negli anni ’60 contro le diseguaglianze di allora.
E non capisco in realtà perché non ce ne siano state di più, di proteste. Credo dipenda
dall’incredibile potere del denaro di condizionare gli apparati di repressione. E credo che ci
troviamo in una situazione piuttosto pericolosa, perché è possibile che qualunque forma di
ribellione possa essere considerate alla stregua del terrorismo, nella scia degli apparati post-11 settembre. Abbiamo visto in casi come la piazza Tahrir Square e altri, con eco anche in Wisconsin l’anno scorso,segnali di resistenza che iniziano ad emergere. C’è qualche parallelo con ciò che avvenne negli anni ‘30. Col crollo del mercato azionario del 1929, le vere proteste poi sono iniziate verso il 1933, ed è emerso un movimento di massa. Potremmo essere ora in quella fase, dato che la depressione, o recessione, chiamiamola come vogliamo, non è certo finita, continuano ad esserci tantissimi disoccupati, gente che perde la casa, i diritti, e si comincia a capire che non si tratta di cosa di un momento. È una situazione permanente.
Quindi credo che vedremo più inquietudini di massa da ora in poi. Non è più come nel 1987,
quando dal crollo se ne è usciti nel giro di un paio d’anni. In questo paese non è più così.
C’è una differenza, fra lo scoppio di rabbia spontanea, priva di obiettivi politici, e la risposta più meditata che vediamo nel movimento Occupy Wall Street. C’è un messaggio che vuole
comunicare, che introduce programmaticamente la diseguaglianza sociale, credo che si farà
molto. Almeno il Partito Democratico ne sta discutendo, cosa che un anno fa non succedeva.
Non se ne parlava proprio. Adesso invece sì, ed è una cosa che filtra anche nella campagna di Obama, una inclusione di questi messaggi.

giovedì 5 aprile 2012

Bosnia vent'anni dopo

Sarajevo oggi: 11.541 sedie rosse per ricordare 11.541 morti
Il 5 aprile di 20 anni fa iniziava il tragico assedio di Sarajevo e la terribile guerra jugoslava che si accanì in particolare sulla Bosnia. Sono vicende cui sono molto legata per diverse ragioni. Voglio qui ricordarle pubblicando il testo di un'intervista di alcuni anni fa a un'amica bosniaca musulmana, che è stata una coraggiosa attivista per la pace. Le cose che disse secondo me sono illuminanti e aiutano a capire una guerra che per molti è invece rimasta incomprensibile.  Anche alcuni eventi successivi di questa disastrata Europa si possono leggere alla luce di quegli accadimenti.


Sarajevo
 Suada è di nascita bosniaca ma da tanti anni vive in Croazia, ed è vissuta molto anche a Belgrado. Il padre della sua prima figlia era serbo-bosniaco, mentre il compagno da cui ha avuto il secondo era serbo. Mescolanze di questo tipo riguardano una percentuale altissima di famiglie della ex Jugoslavia. I documenti la definiscono Musulmana.
“Noi bosniaci musulmani non ci sentivamo differenti dai nostri vicini, non stavamo nemmeno a pensare se fossero musulmani, croati o serbi. Ce ne accorgevamo soltanto in occasione delle feste religiose che in qualche modo appartenevano a tutti, era un bellissimo modo per moltiplicare le ricorrenze, gli incontri, i giochi, i cibi speciali. Una felicità per i bambini. Ho sempre permesso ai miei figli di partecipare alle feste natalizie degli amici cattolici”, cominciò a spiegarmi Suada un giorno che trovammo un po’ di tempo per parlare più a lungo. Eravamo a Tuzla, in Bosnia, a un’assemblea di gruppi pacifisti jugoslavi e internazionali. Tuzla, che con la sua storia di vivace presenza operaia e sindacale durante la guerra ha continuato a rappresentare un luogo di resistenza e di convivenza, di dialogo e di civiltà.
Tuzla (www.associazionepereira.it/youthoftuzla)


Parli di un mondo che sembra scomparso, distrutto dalla guerra che oltre ai corpi annienta le culture, le civiltà. Anche quando non uccide, cambia le persone e i rapporti.
“Mi pare di aver passato un’università che non esiste da nessuna parte. Uno studio molto difficile, grave, pericoloso, ma sono contenta perché ho superato tutto questo riuscendo a conservare alcuni principi generali. La solidarietà con le vittime, con le altre donne, la sincerità… Una serie di principi che ho sperimentato nella realtà, nelle situazioni concrete, e quindi hanno perso la loro astrattezza per diventare vita vissuta.”
Ora ti senti diversa?
“In un certo senso mi sento migliore. Nei primi anni della guerra mi sembrava di essere distrutta. Tutta la mia struttura psicologica, la mia educazione, la cultura, tutto era distrutto dai sentimenti ispirati dalla guerra, dalla fatica del lavoro. Poi pian piano è nata un’altra struttura.”
Come se tu fossi passata attraverso una prova del fuoco.
“Sì, in un certo senso. Non si può modificare un modello sbagliato. Noi non riuscivamo mai nelle nostre vite a cancellare le cose sbagliate. Se fai una casa che non ti piace, non avrai mai comunque il coraggio di distruggerla. Poi però arriva un terremoto e tu sei costretta a ricominciare dalle fondamenta.”
 Sarajevo
Sei una donna forte, coraggiosa, nonostante tutto hai continuato a lottare e ad agire per te e per gli altri.
“Avevo problemi con la polizia, la sopravvivenza, i figli, ma ciò che mi colpiva di più erano i rapporti con le persone e le conseguenze anche spirituali su di me. Durante la guerra rischi di perdere le amicizie. La gente cambia, per paura, per interesse, per chissà cosa. Specialmente verso una pacifista, che viene vista come una persona diversa, senza potere, senza sostegno, una persona debole. Vedendoti debole, ti attaccano. Non era un conflitto, ma proprio un attacco. Dietro c’erano motivi concreti, materiali, ma i primi due o tre anni io veramente non capivo perché mi attaccassero. Ero preoccupata di superare le conseguenze politiche e psicologiche della guerra, di trovare un’idea, una strategia per tenere unite le persone, difendere i diritti. Così non pensavo che altri potessero invece farsi guidare da interessi meschini. Però, per fortuna, ho trovato anche tantissimi nuovi amici, con cui era possibile lavorare.”
Aprendo il Laboratorio delle donne abbiamo iniziato un lungo percorso che ci ha cambiate nel profondo.
“Se ci ripenso vedo che tramite questo progetto ci siamo collegate fra donne diverse, e abbiamo lavorato con tanti problemi, perché c’era tanta paura, c’era la guerra, ma adesso penso anche che non ci siamo incontrate per caso, e che abbiamo imparato molto, l’una dall’altra. Abbiamo imparato a superare gli errori, a rimediarli con l’aiuto che veniva da fuori, senza critiche o condanne. Il nostro è stato il primo gruppo che ha realizzato il telefono Sos per le profughe in Croazia. Era un progetto veramente completo, perché aiutava le donne su ogni piano, e creava una possibilità di continuare da sole, dopo alcuni mesi di sostegno. Non abbiamo mai avuto tempo di farlo conoscere, perché c’era troppo lavoro. Eppure vale la pena di sottolinearne ancora oggi il senso profondo che ha avuto, contro ogni divisione. Da noi arrivavano donne di ogni provenienza, di ogni età e stato sociale. Tutte erano in una situazione gravissima. Cosa abbiamo concluso da questa esperienza? Perché è molto importante per le altre donne conoscere l’esperienza delle donne profughe? Io ho vissuto una storia personale simile, quando ho divorziato: sono stata senza casa, senza lavoro…”
Come una profuga?
“Sì, come una profuga. Ho capito cosa può succedere alle donne: ogni donna può entrare in una situazione gravissima a causa di una malattia, di un divorzio, della perdita del lavoro e, naturalmente, della guerra. Basta poco. E così abbiamo costruito il progetto dell’aiuto. È stato proprio un laboratorio.”
Prima della guerra avevi già lavorato con un gruppo di donne?
“No, mai. Io preferivo sempre il mondo dei maschi. Da bambina avevo visto come vanno le cose: le donne non sono considerate, valgono soltanto i maschi. Va bene, allora vado coi maschi! È durante tutto questo che sono diventata veramente una donna. Adesso posso dire che non è una donna quella che non aiuta un’altra donna, che non è solidale con un’altra donna e non capisce.”
Avevi mai pensato che potesse scoppiare una guerra?
“Sì. Da alcuni anni prima. Ho studiato la politica e quindi capivo questa cosa fondamentale: il governo che non può più governare sulla base di un’ideologia e di una stabilità economica, usa la violenza per guadagnare consenso e potere. C’era uno scenario molto interessante nella Jugoslavia fine anni Ottanta. I gruppi, i movimenti, tutti cercavano il modo di rinnovarsi perché il sistema era già indebolito. Ma io pensavo, e non solo io, anche altri pensavano che il potere non poteva più assicurare il livello di vita e allora avrebbe usato la violenza, ci sarebbe stata sicuramente la guerra. Ricordo un incontro. C’era tanta gente, a Rijeka. Un collega di Zagabria diceva: no, non è possibile che facciano una guerra. Ecco il conto: ci sarebbero due milioni di profughi, cinqucentomila morti, troppe perdite economiche… Impossibile. Non la faranno mai! Qui da noi si sa già da prima che ogni guerra dura almeno quattro anni, quante saranno le vittime…”
Mi raccontavi un giorno del tuo compagno, morto proprio agli inizi della guerra. Dicevi che aveva già previsto tutto.
“Sì. Lui sapeva. Era un docente di sociologia, più anziano di me. In una frase sola disse: qui avremo una cosa mai vista. Aveva l’esperienza della lotta durante la Seconda guerra mondiale. Stava nell’organizzazione dei giovani comunisti, quasi tutti uccisi in guerra oppure deportati in un’isola dove anche lui è rimasto quattro anni. Venivano maltrattati, torturati. Lui conosceva le persone che costruiscono i lager ideologici. Mai avremo dei mutamenti veri, mi disse, fino a quando sopravviveranno questi individui di cui nessuno riesce a scoprire il vero ruolo. Sono sempre attivi, in senso politico, adesso a Belgrado e dappertutto.”
Secondo lui gli intellettuali avevano qualche possibilità di prendere posizione per fermare la guerra?
“Cercò di coinvolgere colleghi e colleghe dell’università per organizzare un comitato, un movimento per la pace, ma la gente non credeva alla guerra e qualche volta rideva. Io sono stata con lui a Lubiana, a Zagabria, a Spalato, a Novi Sad, a Sarajevo, per promuovere questo movimento, e ho visto le persone scherzare.”

 In quale anno? 
“Nel ‘90, forse fine ‘89.”
  
Ma secondo te, c’erano altri nel resto della Jugoslavia ad aver capito in anticipo cosa sarebbe accaduto? 
“Le comunicazioni sociali non erano molto sviluppate, quindi ognuno poteva pensare di essere l’unico intelligente ad aver pensato così! Ma sicuramente c’erano uguali iniziative altrove. Tutte senza consenso. D’altra parte aveva molto successo l’Associazione per una Jugoslavia democratica, ma finì con la guerra. Da lì però sono nati altri partiti e associazioni nuove, impegnate adesso nei movimenti.”
  
Prima della guerra pensavi mai al fatto di essere musulmana, o non ci pensavi per niente? 
“Io appartenevo a quel tipo di persone che non hanno mai sottolineato la nazionalità. Mi sentivo essere umano, donna, madre, giornalista, pacifista… Se si doveva dire un’identità rispondevo: jugoslava. Il mio primo marito era serbo, i miei figli sono misti: quindi mi sembrava corretto dire così. Ora questa categoria non esiste più, è stata distrutta: adesso devo dire bosniaca musulmana, secondo la mia origine familiare.”
  
Non avresti immaginato un futuro come questo. 
“A essere sincera, io pensavo sempre all’amore, questa era la mia ideologia! E cosa ho scoperto? Durante la guerra tutto quello che facevo per amore e con amore aveva successo. Io e una mia amica da giovani avevamo scelto di studiare francese, all’università, perché secondo noi era la lingua dell’amore. Poi lei ha concluso gli studi di francese e io invece ho cambiato e sono diventata giornalista. Quando è scoppiata la guerra e ho cominciato a lavorare come pacifista, tutto quel francese che avevo studiato con amore negli anni lontani mi è servito moltissimo. Ad esempio, riflettevo su mia figlia che non accetta nessuna ideologia, né comunista né anarchista né capitalista, come molti giovani. Ho analizzato come vive, le cose che ama, e ho scoperto una cosa interessante: l’unica strada che lei segue sempre è la bellezza, dentro di lei, fuori di lei… Bene, anche questa è un’ideologia, se intendiamo questa parola in un senso più ampio e non soltanto politico. Può essere un’idea che ti guida, un valore. Per me è l’amore. Tante volte, naturalmente, con la propria ideologia poi capita di sbagliare.”
  
Però tu analizzi sempre le situazioni dal punto di vista politico. 
“Questa è una forma del lavoro, ma dentro c’è l’amore. Io penso che dentro ogni impegno forte ci sia un’emozione forte, una motivazione, un orientamento. Per qualcuno purtroppo è la volontà di potere, una lotta per il potere.”
  
A proposito di potere e di poteri, pensi sempre che l’attacco alla Bosnia sia stato preparato in precedenza? 
“Inizialmente pensavo che la guerra in Jugoslavia fosse incominciata con lo scopo di distruggere la Bosnia, ma ora non ne sono più sicura. Forse la distruzione della Bosnia è stata una conseguenza della distruzione della Jugoslavia, perché l’interesse avrebbe potuto essere quello di distruggere un paese comunista alternativo. Le nostre esperienze di autogestione già praticata, la nostra economia pianificata. Ma quando scateni la violenza, non puoi più guidarla solo verso i tuoi fini. Il ruolo che ha avuto la distruzione della Bosnia mi fa pensare a ciò che è accaduto con il Ruanda, in Africa: si distrugge una regione non per caso, ma per un progetto, per svuotare un grande spazio attorno in cui insediarsi più facilmente ed esercitare un controllo strategico. La distruzione allora deve essere veramente totale, quasi un genocidio.” 

Secondo te di chi era il progetto? A chi conveniva la guerra nella ex Jugoslavia? 
“Anche noi vorremmo saperlo. Perché ad esempio la politica internazionale ha due facce, anzi meglio, due mani: con una mano ti porta le bombe, con l’altra ti porta l’aiuto! Puoi immaginare la gente in un paese bombardato che vede solo la mano che ti porta il pane.”
  
Già, il famigerato humanitarna pomoc, l’aiuto umanitario. Pensi che volessero rifare una divisione, sostituire il Muro di Berlino con un altro e diverso muro? 
“Il problema è il muro nelle teste, il militarismo. Il militarismo ha bisogno di muri per produrre guerre, armi.”
  
L’industria delle armi ha bisogno delle guerre, le guerre hanno bisogno di muri… 
“Certo, tutto è collegato. C’è un’analisi economica secondo cui società multinazionali hanno concentrato moltissimo capitale non impiegato, perché la produzione classica in molti settori non dà più profitto. Uno dei settori che ne produce di più è il commercio di armi.”

Rimane la domanda: perché la Bosnia? 
“Perché la Bosnia era una società più debole. In Bosnia non c’è mai stata un’idea forte dello stato. I bosniaci hanno sempre avuto una cultura civile molto forte, ma questa cultura si distrugge facilmente durante una guerra. Ora per fortuna sento che i legami riprendono di nuovo. Per spiegarmi cosa è veramente accaduto, io preferisco utilizzare una categoria sociologica secondo cui nel mondo esiste un subimperialismo, un subfascismo. È un modello latinoamericano: c’è una oligarchia che guida, ma diretta da centri di potere esterni. E noi siamo entrati in questa dimensione.”

Durante tutta la guerra, e fin quando ha governato Tudjman, Suada non potè ottenere il permesso di soggiorno. Era considerata straniera, pur vivendo nella casa dei genitori che in Croazia risiedono da tanti anni e ne hanno la cittadinanza, la famosa domovnica. Un rifiuto dovuto al fastidio per il suo impegno pacifista e per i diritti civili.

mercoledì 29 febbraio 2012

Liberate Rossella!

Mi associo agli appelli di tutto il web per la liberazione di Rossella Urru, la giovane cooperante sarda rapita oltre quattro mesi fa in Algeria. http://www.rossellaurru.it/ Una vicenda passata non si sa perché sotto silenzio, eppure questa  donna ha saputo compiere scelte di grande valore. Lei, come molte altre donne e uomini di cui non si parla quasi mai, ha dedicato la propria vita alla solidarietà, aiutando donne e bambini del popolo Sahrawi a migliorare le proprie condizioni di vita.
Teniamo accesa la luce sul rapimento di Rossella e non smettiamo finché non sarà stata liberata. 
LIBERATE ROSSELLA!

martedì 28 febbraio 2012

Val di Susa: la democrazia è un miraggio?

Oggi decido di segnalare e pubblicare un post scritto da Fabio Marcelli nel suo blog sul Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/susa-resiste-tutti/194069/  e intitolato "La Val di Susa resiste per tutti noi", perché quel che sta accadendo in Val di Susa rappresenta un perfetto emblema concreto e simbolico della cosiddetta democrazia nel nostro Paese.  Come giudicare il cieco rifiuto di prendere in considerazione gli argomenti degli abitanti contrari alla Tav (corredati da pareri illuminati di illustri esperti), la repressione violenta delle legittime manifestazioni di protesta e la militarizzazione della valle?
www.notav.info
Perché ignorare la resistenza di un'intera popolazione valligiana di tutte le età e condizioni, perché umiliare il diritto della cittadinanza di contare nelle decisioni che la riguardano, perché agire sempre come i vecchi poteri anticostituzionali capaci solo di reprimere con eserciti e baionette? Mentre per il cosiddetto progresso si avanza sempre e comunque travolgendo tutto, per quel che riguarda la gestione del potere si arretra invece senza problemi alle fasi più buie e autoritarie della nostra storia.
Eppure la sovranità, dice la costituzione, appartiene al popolo: ma evidentemente si fa di tutto perché non la si possa esercitare. Insomma, la vera democrazia rimane un malinconico miraggio.
Ed ecco il testo del post di Fabio Marcelli:

"Dobbiamo essere chiari.  In Val di Susa, come affermato dal Legal Team,  è in atto una vera e propria emergenza democratica. Del tutto immotivato il ricorso all’art. 2 del Testo unico di pubblica sicurezza, espressione solo di una volontà di accanita prevaricazione antidemocratica.  L’uso di queste normative eccezionali è di per sé indice di una grave degenerazione del sistema. Potenti lobbies, con l’appoggio di partiti politici (dal PD al PDL) incapaci di rappresentare le reali istanze popolari e totalmente succubi ai voleri dei poteri forti, cercano di imporre manu militari un’opera inutile e costosa che provocherà un danno ambientale e sociale irreversibile. Quando poi si verificano le vere emergenze questi stessi signori si mostrano del tutto incapaci di fare fronte ai problemi come si è visto con l’inondazione a Genova, la neve a Roma e in troppe altre occasioni.

L”inutilità dell’opera è stata dimostrata da esperti onesti e non asserviti al capitale finanziario. Il traffico merci sulla tratta è in costante diminuzione. Quello passeggeri, anch’esso in diminuzione, verrebbe  velocizzato solo di un’ora, vantaggio assolutamente  trascurabile. L’opera non presenta quindi nessun giovamento neanche dal punto di vista economico. Esistono al riguardo vari studi, fra i quali voglio segnalare quello realizzato dagli esperti Boitani, Ponti e Ramella, con il titolo “TAV: Le ragioni liberali del no”.

Il suo costo, pari a 30-40 miliardi di euro, costituirebbe un grave salasso per  le casse statali, tanto più ingiustificabile in un momento di grave crisi come quello che stiamo vivendo. Perché non si mettono questi soldi nel miglioramento della scuola, della sanità e dei trasporti, di quelli già esistenti e che si trovano in condizioni spesso miserevoli? Anche l’impatto sull’occupazione sarebbe ben maggiore, se solo si pensa che un posto di lavoro per la costruzione della TAV ci costa, per un tempo limitato, cifre assolutamente astronomiche, ingiustificate e insostenibili.

Ultimo ma più importante di tutti, gravissimi rischi ambientali per la presenza di amianto, uranio e radom, per la compromissione delle risorse idriche, per l’esistenza di rischi idrogeologici, per la difficoltà di smaltire i materiali di risulta e varie altre ragioni.

Perché quindi tanto accanimento?  La spiegazione risiede appunto nelle grandi somme di denaro che verrebbero trasferite senza colpo ferire nelle tasche dei soliti noti, a spese dei cittadini della Valle e di tutti i contribuenti italiani. L’Italia è oggi più che mai una repubblica fondata sulle cricche. Ma non se ne può più.

Per raggiungere quest’obiettivo di arricchire un limitato numero di spregevoli personaggi  non si esita a mettere a repentaglio vite umane, come si è visto stamattina. E Luca Abbà è ancora in gravi condizioni.

A Giancarlo Caselli, che stimo e ritengo una persona di comprovata sensibilità democratica, consiglio di occuparsi meno del movimento NO-TAV, che costituisce una legittima espressione della volontà popolare, e più dell’infausto connubio affari-politica che è alla base di questo ed altri misfatti che si vogliono perpetrare contro il nostro popolo e contro il nostro territorio. Bisogna introdurre fin da subito l’assoluta trasparenza dei conti intrattenuti a qualsiasi titolo, da partiti e politicanti. Ugualmente  le forze di polizia devono essere impiegate per contrastare la criminalità, anche quella dei colletti bianchi,  e non per  reprimere le giuste aspirazioni popolari.

Perché non si promuove un referendum, a livello locale, regionale e nazionale, per verificare, in adempimento di obblighi internazionali come quelli della Convenzione  di Aarhus del 1998 sulla partecipazione democratica e l’informazione relativamente alle questioni ambientali , qual è l’opinione dei cittadini al riguardo?

La verità è anche che questa è diventata una questione di principio per una classe politica screditata, incompetente e squalificata, quella attualmente presente in Parlamento, che ne vuole fare ad ogni costo il banco di prova della governabilità “bipartisan” dell’Italia. Nello stile di Bettino Craxi, che finì com’è noto i suoi giorni ad Hammamet.

La Val di Susa fu uno dei centri della resistenza antifascista e antinazista. Oggi i discendenti di coloro che presero le armi contro l’occupante nazifascista portano avanti una lotta eroica e ammirevole contro la devastazione del loro territorio,  ma anche, come in quegli anni, per la dignità di tutto il popolo italiano e la sua liberazione dalle cricche. Occorre appoggiarli fino in fondo."